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Cottura e cibo per cani: cosa dice (e cosa non dice) lo studio di Wageningen
Questo articolo non contiene una nostra scoperta. Contiene uno studio che qualcun altro ha fatto, che noi abbiamo letto e che ti riportiamo così com'è scritto: quello che ha misurato, i numeri che ha trovato e — soprattutto — le domande che ha lasciato aperte.
📄 van Rooijen C. e altri, Quantitation of Maillard reaction products in commercially available pet foods, Journal of Agricultural and Food Chemistry, 2014; 62(35): 8883-8891.
Cosa hanno fatto
Un gruppo di ricerca dell'Università di Wageningen, in Olanda — una delle università di riferimento in Europa per le scienze dell'alimentazione — ha comprato 67 alimenti per cani e gatti normalmente in vendita: crocchette estruse, pellettati e prodotti in scatola, sia per cuccioli in crescita sia per adulti.
Di ognuno hanno misurato in laboratorio quattro sostanze che nascono quando proteine e zuccheri vengono scaldati insieme. È la reazione di Maillard: la stessa che fa la crosta al pane, il colore alla carne in padella e il profumo al caffè tostato. Non è un difetto della lavorazione, è quello che succede quando si cuoce del cibo, qualsiasi cibo.
Le quattro sostanze cercate erano fruttosillisina, carbossimetillisina, idrossimetilfurfurale e lisinoalanina. Nomi complicati per una cosa semplice: gli indicatori che dicono quanto e come quel cibo è stato scaldato.
Cosa hanno trovato
Il primo risultato riguarda il formato. Le concentrazioni medie più alte non erano nelle crocchette: erano nei prodotti in scatola, che vengono sterilizzati in contenitore chiuso ad alte temperature. Nei valori medi riportati dallo studio, il cibo in scatola arrivava a circa 4.534 mg/kg di sostanza secca di fruttosillisina e circa 1.417 mg/kg di idrossimetilfurfurale; pellettati ed estrusi stavano più in basso.
Il secondo risultato è quello che ha fatto il giro: partendo dalle quantità misurate e dalle razioni giornaliere, gli autori hanno stimato che il consumo quotidiano di idrossimetilfurfurale sia in media 122 volte più alto in un cane — e 38 volte più alto in un gatto — rispetto a quello di una persona adulta.
Il dato colpisce, ma va letto per quello che è: una stima di quanto ne entra, riferita a una sostanza specifica. Non una misura di quanto ne resta nel corpo, e nemmeno di cosa produce.
Cosa lo studio non dice
Qui è dove di solito quel numero viene usato male, e vale la pena essere precisi.
- Non dice che quei composti facciano male al cane. Gli autori concludono al contrario che servono altre ricerche sulla biodisponibilità e sugli effetti a lungo termine. Una domanda aperta, non una risposta.
- Non ha confrontato crudo, fresco, BARF o casalingo. Nel campione c'erano solo alimenti industriali: estrusi, pellettati, in scatola. Chi cita quel 122 per dire «quindi il crudo è meglio» gli sta facendo dire una cosa che non c'è dentro.
- Non dice che la cottura sia inutile. Il calore serve anche ad altro — sicurezza microbiologica, digeribilità dell'amido, conservazione. La stessa lavorazione che genera quei composti risolve altri problemi.
- Non fa classifiche di marche. Ha misurato categorie di prodotto, non ha promosso né bocciato nessuno.
Un secondo lavoro dello stesso gruppo, una rassegna del 2013 su Nutrition Research Reviews, arriva alla stessa conclusione: la reazione di Maillard nella produzione di pet food riduce la disponibilità di alcuni aminoacidi — la lisina in primis — e le conseguenze per la salute dell'animale restano in gran parte da chiarire.
Perché ti raccontiamo anche la parte scomoda
Perché è l'unico modo perché quello che diciamo valga qualcosa. Se ti riportiamo solo i pezzi che ci fanno comodo, non hai nessun motivo per crederci sul resto. E perché è un dato che non fa sconti a nessuno: non promuove un formato contro un altro, mette in fila tutti.
Quello che diciamo noi è questo: non è il formato a fare la differenza — è la qualità di quello che c'è dentro. Una crocchetta fatta bene batte un fresco fatto male, e viceversa. Un cibo in scatola con ingredienti seri e una ricetta equilibrata non diventa cattivo perché è in scatola, e un sacco di crocchette non diventa buono perché costa di più. Si guarda la lista degli ingredienti, la qualità delle materie prime e l'equilibrio della razione. Il resto è marketing — anche il nostro, se non lo appoggiamo su qualcosa di verificabile.
Cosa puoi fare, in pratica
Niente di drammatico, e niente cambi improvvisi. Solo qualche controllo che si fa in cucina, con il sacco in mano.
- Leggi la lista degli ingredienti, non il fronte del sacco. Il fronte è pubblicità, il retro è la sostanza. I primi tre ingredienti pesano quasi tutto.
- Guarda come sono descritte le fonti proteiche. «Carne di pollo (26%)» dice qualcosa. «Carni e derivati» è legale ed è una categoria larghissima: dice molto meno.
- Controlla che ci sia la dicitura di alimento completo per la fase di vita del tuo cane (cucciolo, adulto, senior). Un alimento complementare, da solo, non basta.
- Varia, se il cane lo tollera bene. Non esiste un solo prodotto perfetto per tutta la vita; alternare riduce il peso di una singola scelta sbagliata.
- Conserva bene il sacco. Chiuso, al fresco, al riparo dalla luce: il calore continua a lavorare anche dopo l'acquisto.
- Guarda il cane, non solo l'etichetta. Peso, feci, pelo, energia: sono i quattro segnali che dicono se quella ciotola sta funzionando.
- Cambi di dieta e diete casalinghe: passa dal veterinario. Una ricetta fatta a occhio è più rischiosa di qualsiasi crocchetta.
In una riga
Cuocere il cibo lascia delle tracce misurabili, in tutti i formati, e nel cane ne entrano di più che in noi. Se questo conti per la sua salute, la scienza non lo ha ancora stabilito. Quello che puoi controllare oggi resta la qualità di quello che c'è dentro.
Domande frequenti
Le crocchette fanno male al cane?
Lo studio ha misurato quanti di quei composti ci sono, non se facciano male. Gli autori scrivono che gli effetti a lungo termine sono ancora da studiare: a oggi un danno non è dimostrato.
Il cibo in scatola è peggio delle crocchette?
Nello studio i prodotti in scatola avevano in media le concentrazioni più alte di quei composti. È una misura su quelle sostanze, non un giudizio sulla qualità complessiva del cibo né sulla salute del cane.
Allora meglio il crudo o il fresco?
Quello studio non li ha confrontati: aveva in campione solo alimenti industriali. Chi lo usa per promuovere un altro formato gli sta facendo dire una cosa che non c'è.
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Fonti e approfondimenti
- van Rooijen C., Bosch G., van der Poel A.F.B. e altri — Quantitation of Maillard reaction products in commercially available pet foods, Journal of Agricultural and Food Chemistry, 2014; 62(35): 8883-8891. I 67 alimenti analizzati e la stima del consumo giornaliero.
- van Rooijen C., Bosch G., van der Poel A.F.B. e altri — The Maillard reaction and pet food processing: effects on nutritive value and pet health, Nutrition Research Reviews, 2013; 26(2): 130-148. La rassegna sulla lisina e sulle domande ancora aperte.
- van Rooijen C. e altri — Urinary excretion of dietary Maillard reaction products in healthy adult female cats, Journal of Animal Science, 2016; 94(1): 185-195. Il seguito sperimentale sulla quota che viene poi eliminata.
- FEDIAF — Nutritional Guidelines for Complete and Complementary Pet Food: i fabbisogni di riferimento europei e la differenza fra alimento completo e complementare.
Fonti consultate il 10 settembre 2026. Le indicazioni restano generali: la dieta del singolo cane la decide il veterinario, soprattutto in caso di patologie, gravidanza, crescita o cambi importanti.

